L’imprenditoria sociale che sfata il mito del profitto

Ultimamente si sente molto parlare di “impresa sociale”, come se una nuova specie di “imprenditori” avesse appena visto la luce del sole. In realtà l’oggetto al centro del dibattito non è nuovo. A essere “nuovo”, piuttosto, è l’interesse prestato dalla Commissione Europea a una certa tipologia di imprese definite appunto “sociali”. Vediamo da vicino di cosa si tratta. 

“chi insegue soltanto il denaro, non ha il respiro lungo di cui si ha bisogno per diventare imprenditori di successo”.

Richard Ohlsen, Fondatore dell’Istituto svizzero di Scienze Economiche Applicate

Il sociale e il mondo del business sono in contrapposizione?

Per molti parlare di “imprenditoria sociale” può sembrare un ossimoro. Nonostante la “nobile” origine del termine imprenditoria, infatti, nell’immaginario collettivo la figura dell’imprenditore viene spesso associata a quella di “capitalista” e “industriale”. Due appellativi spesso collegati all’idea di un individuo che insegue ciecamente i propri interessi e che ha come unico obiettivo la massimizzazione del profitto. Come può quindi l’imprenditoria valere come un modello di cambiamento sociale?

A dimostrare quanto la percezione dell’imprenditoria come cieca ossessione per il denaro sia falsa, oltre che datata, ci pensano molte ricerche condotte sulla massimizzazione del profitto come fattore motivazionale tra gli imprenditori di successo. La docente universitaria e consulente aziendale berlinese Liv Kirsten Jacobsen ha condotto ricerche approfondite in questo settore, e in una sua dissertazione ha affermato che molto spesso tra i neo imprenditori l’aspirazione al raggiungimento del profitto è una motivazione marginale rispetto ad altri fattori non-economici, come il fatto di poter “dispiegare le proprie capacità, mettere in pratica le proprie idee […] e raggiungere uno stato di benessere psicofisico che prenda la forma della soddisfazione personale”. Secondo la Jacobsen quindi il sentimento interiore di aver raggiunto un obiettivo peserebbe molto di più ai fini della scelta di “diventare imprenditori”, che non il desiderio di arricchirsi o migliorare le proprie condizioni economiche.

A sostegno delle tesi di Jacobsen, nel suo libro Kopf schlägt Kapital (L’ingegno batte il capitale) l’economista e imprenditore tedesco Günter Faltin afferma che “un’esclusiva propensione agli affari e al profitto si rivela essere un freno inibitorio per il successo imprenditoriale. Agli inizi del nostro secolo le aziende di successo non convincono soltanto grazie ad una gestione aziendale razionalizzata, ma anche grazie a idee anticipatrici, a un’attitudine responsabile e alla sensibilità per i valori della società che le circonda.”

In altre parole, a dispetto dei cliché e dei pregiudizi, il denaro non costituisce un impulso primario per gli imprenditori. E non dovrebbe nemmeno diventarlo. Piuttosto, oggi ci sono buone ragioni per sostenere che l’impegno sociale a favore di una buona causa moltiplichi le possibilità di successo di un’impresa, anziché diminuirle.

Cos’è oggi l’imprenditoria sociale?

L’imprenditoria sociale può essere definita come la “capacità dell’imprenditore di connettersi con un piano profondamente diverso da quello legato agli interessi economici”. L’imprenditore sociale è chi riesce per così dire a sfondare la distinzione tra settore pubblico e settore privato, e a far comunicare entrambi su un piano che ha per oggetto la realizzazione di soluzioni a problematiche d’interesse comune.

Di imprenditoria sociale si sente parlare in Italia almeno dalla fine degli anni ’80, ma fino agli ultimi anni il settore era confinato alle organizzazioni non-profit. Solo recentemente si comincia a menzionare l’imprenditoria sociale in relazione al mondo delle start-up e dell’innovazione, soprattutto da quando la Commissione Europea ha deciso di inserire il social business nel piano di rilancio della competitività europea. Al centro di questo nuovo interesse c’è una domanda: come utilizzare i modelli del social business per rivitalizzare il tessuto imprenditoriale in un momento di forte crisi?

La Commissione ha definito le tre caratteristiche principali dell’impresa sociale:

  • Non ha come obiettivo principale la massimizzazione del profitto ma il raggiungimento di un impatto a livello sociale
  • Opera nel mercato tramite la produzione di beni e servizi in maniera innovativa
  • Utilizza le eccedenze per raggiungere i propri obiettivi sociali
  • È gestita da imprenditori sociali in maniera trasparente e responsabile, in particolare tramite il coinvolgimento di dipendenti, clienti e investitori

L’imprenditoria sociale e il mito del profitto

Nel suo libro Kopf schlägt Kapital (L’ingegno batte il capitale), l’imprenditore e docente universitario tedesco Günter Faltin definisce l’imprenditoria sociale come la componente decisiva che ogni progetto imprenditoriale deve portare con sé se vuole realizzarsi con successo.

Di seguito presentiamo in anteprima un estratto da L’ingegno batte il capitale – che uscirà il prossimo anno in traduzione italiana – sul tema dell’imprenditoria sociale in rapporto alla questione del profitto.

“L’idea dell’imprenditoria sociale sta trovando sempre più terreno fertile in ogni parte del mondo. Forse perché il concetto di impegno sociale ha molto in comune con l’iniziativa imprenditoriale in senso stretto, intesa come creazione di un’organizzazione orientata a uno scopo, come messa in pratica di un’idea, e non come semplice accumulazione di denaro.

Volendo estremizzare un po’ i termini direi che l’imprenditore sociale è una sorta di via di mezzo tra Madre Teresa e Richard Branson. […]

Per altro il concetto stesso di imprenditoria sociale incarna una corrente di pensiero che sostiene che i governi, le amministrazioni e le organizzazioni sociali esistenti non vanno più fino in fondo ai problemi, sia perché lavorano in maniera poco efficiente, sia perché si limitano ad amministrare i bisogni anziché soddisfarli, oppure perché le loro strutture sono statiche e datate.
[…]
Secondo questa tesi la nostra società ha bisogno di imprenditori sociali, capaci di utilizzare i nuovi approcci all’economia per mettere in pratica risposte adeguate a problemi nuovi e complessi.

Muhammad Yunus è un ottimo esempio di imprenditore sociale. La Banca Grameen di Yunus con il suo microcredito ha rivoluzionato la comprensione e le procedure della concessione dei crediti. Prima di Yunus le persone povere erano considerate non meritevoli di credito, oltre ad essere dei clienti non redditizi per le banche; e questo anche quando riuscivano a ripagare i crediti concessi, perché all’interno del sistema bancario tradizionale i piccoli crediti causano degli elevati costi amministrativi.

Inoltre nessuno credeva che i poveri possedessero delle capacità imprenditoriali. Yunus creò un sistema assolutamente nuovo, dimostrò che il rischio di credito dei poveri non era così elevato, che si può creare un’organizzazione in gran parte in grado di autofinanziarsi, che impone e riscuote interessi, e dimostrò che questo sistema si poteva applicare a livello internazionale.
Chi conosce la storia di Yunus, sa che tutto iniziò con l’importo (per noi ridicolo) di 27 dollari americani, con i quali aiutò ben 42 donne ad avviare delle microimprese (quindi con mezzo dollaro a progetto). Questi crediti furono restituiti senza eccezione.

Proviamo a riflettere su come si potrebbe comprendere in maniera migliore questa nuova disciplina dell’imprenditoria sociale, e mettiamone in luce le opportunità e le condizioni. Normalmente – quando affrontiamo il tema “imprenditoria” – ci chiediamo: come viene alla luce qualcosa di nuovo? Parliamo di sviluppi futuri, innovazioni, strategie di marketing, ecc. Per capire l’imprenditoria sociale dobbiamo spostare leggermente il centro della domanda e chiederci: come viene alla luce qualcosa di buono?

Forse dirai: ci sono persone che hanno delle buone intenzioni e persone che ne hanno di cattive. Questo fatto, applicato all’esempio dell’imprenditoria suonerebbe più o meno così: i “buoni” fanno imprenditoria sociale, i “cattivi” fanno business entrepreneurship, ovvero un’imprenditoria orientata al profitto. I primi hanno un atteggiamento altruistico e si impegnano per le altre persone, per dei buoni obiettivi, gli altri inseguono il denaro.

Nel dibattito popolare sull’economia ci sono molte cose che fanno trapelare questo modo di vedere. Come se il profitto fosse una sorta di marchio di Caino che permette di separare i buoni dai cattivi. Credo che non dovremmo semplificare in questo modo. Anche i sostenitori più ostinati delle organizzazioni senza scopo di lucro riconoscono ormai i vantaggi dell’avere dei ricavi e di poterli utilizzare, reinvestendoli a sostegno delle proprie cause.

Fino a vent’anni fa era impensabile che le organizzazioni non-profit potessero agire secondo logiche aziendali. I protagonisti di questo settore erano profondamente avversi al riunire sotto un’unica bandiera la missione sociale e il raggiungimento del profitto.” BOSCHEE/MCCLURG

Profitto o non profitto? Questa domanda non ci porta lontano. Dobbiamo considerare in maniera più approfondita la motivazione degli attori coinvolti.”
[…]

“Ethics pays off”: verso una convergenza tra imprenditoria e imprenditoria sociale?

Vorrei formulare alcune ipotesi che affrontano la questione della motivazione dei buoni e dei cattivi in maniera un po’ dissacrante, soprattutto per quanto riguarda quella dei buoni.
Esiste una nutrita letteratura in cui si legge che le persone “buone” non sono soltanto altruiste, ma che perseguono anche degli obiettivi egoistici. Può trattarsi di soddisfazione personale, della ricerca di un riconoscimento sociale, del desiderio di un lavoro per loro sensato, del voler raggiungere un traguardo positivo, o forse anche una posizione di primo rilievo, un riconoscimento pubblico o un ruolo dirigenziale all’interno di un’organizzazione di utilità pubblica.
In tutto questo non c’è nulla di penalizzante o di cattivo, e penso che una simile valutazione delle motivazioni sia più realistica e più calzante di quella che considera soltanto le motivazioni altruistiche.
Non voglio assolutamente dire nulla di ironico o di dispregiativo sulle cosiddette “brave persone”, come accade spesso nel dibattito pubblico. Non è questa la mia intenzione. Voglio solo parlare in difesa di una considerazione più attenta delle motivazioni, e considerare la possibilità di trovare delle brave persone anche dove normalmente non ci aspetteremmo di trovarle.

Prendiamo ora i “cattivi”. La business entrepreneurship si distingue dall’imprenditoria sociale proprio per il suo orientamento al profitto.
Ma sappiamo che il profitto non cade dal cielo. Bisogna guadagnarselo, e questo implica il dover fare i conti con determinate condizioni. E credo si possa dire in via generale che oggi ci sono molte tendenze che rendono sempre più difficile potare avanti con successo delle pratiche commerciali senza scrupoli.

Tendenze di sviluppo che fanno sì che l’etica diventi sempre più “economicamente vantaggiosa”

  • Il livello di istruzione cresce
  • La concorrenza aumenta, i mercati diventano più trasparenti
  • Le possibilità di confronto migliorano (test confrontabili, Internet)

Quello che voglio dire è che, anche se in alcuni casi siamo portati a sostenere che si sta tramando qualcosa di “cattivo”, le condizioni di mercato spingono tendenzialmente verso un atteggiamento “buono” degli imprenditori e delle imprese.
“Ethic pays” – l’etica ripaga – questo motto, non a caso, è da tempo entrato a far parte della letteratura manageriale. La fiducia accordata in anticipo a un’azienda o a determinati prodotti, l’essere menzionati in maniera positiva nei media, sta acquisendo un valore sempre più alto, senza prezzo.
[…]
A un’osservazione più attenta la differenza tra gli imprenditori sociali e gli imprenditori orientati al profitto, o business entrepreneur, è più piccola di quanto appaia nel dibattito pubblico.
Vorrei addirittura prospettare l’ipotesi di una convergenza tra i due ruoli: mentre gli imprenditori sociali, a causa di budget ridotti, in futuro saranno costretti a orientarsi di più alle esigenze del mercato, avvicinandosi quindi ai business entrepreneur, questi ultimi, per effetto dell’aumento di informazioni e trasparenza, del moltiplicarsi delle possibilità di confronto e della concorrenza, saranno obbligati ad offrire dei buoni prodotti se vogliono avere un successo economico a lungo termine.
“Essere in linea con i valori della società”, dice il consulente manageriale Gareth Morgan, “è un prerequisito per il successo”.

 

“Le idee imprenditoriali devono essere intessute con i problemi della società. L’indifferenza nei confronti dei problemi sociali allontana le persone, ne mina la fiducia e ha quasi sempre dei controeffetti negativi, per lo meno a lungo termine”.

Gareth Morgan.

Quello che voglio dire è che i “mercati funzionanti”, alle condizioni attuali, riescono a produrre dei meccanismi che tendenzialmente “impongono” agli imprenditori un comportamento eticamente buono. Oggigiorno gli imprenditori devono attribuire un ruolo molto più grande alla responsabilità, e per questo non c’è bisogno di motivazioni morali particolarmente elevate, ma solo del desiderio di sopravvivere e di avere successo. In questo senso si potrebbe dire che i business entrepreneur si muovono in direzione degli imprenditori sociali nel loro più alto interesse.”

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Giulia Bertani

Giulia Bertani è Assistente Marketing presso Segretaria24.it. In questo blog si occupa di temi di interesse per liberi professionisti e imprenditori che desiderano migliorare la propria produttività e ampliare il proprio portfolio clienti.

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