Il telelavoro è la scelta più sostenibile per contrastare il cambiamento climatico?

Aumenta la produttività, migliora l’equilibrio fra vita privata lavoro e il benessere personale: adesso la ricerca sembra indicare che il lavoro da casa ha anche un minore impatto sull’ambiente.

L’emergenza clima e il futuro del lavoro

Il recente periodo di lockdown dovuto all’epidemia di COVID-19 ha condotto un gran numero di lavoratori ad allontanarsi dagli uffici e lavorare in modalità remota dalla propria abitazione, per limitare le possibilità di contagio. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio ‘Lockdown. Come e perché cambiano le nostre vite’, sono stati infatti oltre due milioni i lavoratori italiani che hanno dovuto iniziare a lavorare da casa a causa dell’emergenza coronavirus. Questo improvviso cambiamento nella modalità lavorativa di una porzione consistente della popolazione ha reso possibile, come mai prima d’ora, valutare l’impatto che il lavoro in remoto ha sui fenomeni legati al cambiamento climatico come il consumo di energia e carburante o la produzione di rifiuti.

L’emergenza ambientale ha infatti reso sempre più urgente ripensare interamente i processi produttivi in maniera da attenuarne gli effetti sull’ecosistema terrestre e prevenire disastrosi effetti sul clima. Come già messo in luce da uno studio dell’università di Göteborg, ad esempio, ridurre il numero di ore lavorative settimanali dalle attuali 40 a sole 25 permetterebbe di ridurre drasticamente i consumi e le emissioni,rallentando così il processo di surriscaldamento del pianeta. Allo stesso modo il lavoro in remoto viene da molti visto come una delle opzioni lavorative più sostenibili dal punto di vista dell’impatto ambientale. Ma quanto c’è di vero in questa ipotesi, alla luce dei dati raccolti nei primi mesi del 2020? 

Il telelavoro è davvero la scelta più green?

La prima conseguenza del massiccio passaggio al lavoro in remoto è stata una drastica riduzione del traffico generato dagli spostamenti da casa al lavoro e di conseguenza dell’inquinamento atmosferico collegati alle emissioni delle auto. L’ENEA, Agenzia governativa per le nuove tecnologie e lo sviluppo sostenibile, ha recentemente pubblicato i risultati di un’indagine nazionale che mostrano come nel solo campo della Pubblica Amministrazione, il passaggio al telelavoro durante il periodo di lockdown abbia significato 46 milioni di chilometri percorsi in meno, pari a 4 milioni di euro di carburante risparmiati. Un minor consumo di benzina significa chiaramente anche una diminuzione delle emissioni e dunque un miglioramento della qualità dell’aria.

Oltre al consumo di carburanti fossili, il fatto che una porzione significativa della popolazione lavori da casa contribuisce a diminuire anche il consumo di energia elettrica. Secondo uno studio di Sun Microsystems, quando il lavoro viene svolto in ufficio il consumo di energia è quasi il doppio di quello generato da casa: secondo le stime, ciascun telelavoratore rappresenta un risparmio netto annuale di almeno 5,400 chilowattora. Il motivo? Gli uffici si servono di attrezzature energeticamente più costose che spesso rimangono costantemente accese, facendo lievitare i consumi elettrici, e le persone sono in genere meno attente al consumo di energia negli ambienti condivisi.

Chi lavora in remoto utilizza anche minori quantità di carta e plastica, consumando meno materie prime e producendo al tempo stesso un volume minore rifiuti. La maggior parte di noi non è abituata a prestare attenzione alla quantità di materiale da ufficio che viene utilizzato ogni giorno, ma oggetti come tazzine da caffè monouso, cartucce e toner per stampanti finiscono spesso direttamente nelle discariche, dove contribuiscono ad accelerare il processo di riscaldamento globale. Lavorare da casa minimizza invece il consumo di materiali da ufficio fin quasi ad azzerarlo. I telelavoratori sono infatti molto più reticenti a stampare su carta, ad esempio, quando sanno che qualsiasi documento o informazione inviata o ricevuta viene archiviata digitalmente sui server della compagnia o nella cloud aziendale.

Bilanciare i potenziali svantaggi

Non tutti sono ottimisti circa l’impatto ambientale del lavoro in remoto: la compagnia di consulenza britannica WSP, specializzata in ingegneria industriale, ha condotto una serie di analisi che rivelano come i vantaggi del telelavoro per l’ambiente potrebbero essere limitati alla sola stagione estiva, almeno per paesi con un clima simile al Regno Unito. Questo perché i fabbricati che ospitano uffici sono in genere dotati di migliori misure di risparmio energetico, soprattutto per quanto concerne il riscaldamento e la climatizzazione degli ambienti. In più, se ogni persona lavorasse da casa propria anche in inverno il riscaldamento di ciascun appartamento verrebbe acceso per riscaldare un unico individuo, risultando in un consumo energetico totale maggiore rispetto a quello degli uffici, in cui il riscaldamento è condiviso da più persone. Lo stesso vale per l’aria condizionata in estate: il consumo è significativamente maggiore quando è distribuito fra più appartamenti rispetto a un unico ambiente di lavoro. 

Secondo gli analisti di WSP, per bilanciare questo fenomeno e permettere una diffusione sostenibile del telelavoro, potrebbe essere perciò necessario ripensare interamente l’approccio al design delle abitazioni in termini di risparmio energetico e di isolamento termico.

 

 

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Giulia Bertani

Giulia Bertani è Assistente Marketing presso Segretaria24.it. In questo blog si occupa di temi di interesse per liberi professionisti e imprenditori che desiderano migliorare la propria produttività e ampliare il proprio portfolio clienti.

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