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La trappola del perfezionismo

Puntare a mete ambiziose, cercando sempre di ottenere i risultati migliori, aiuta a raggiungere gli obiettivi più difficili. Ma la tendenza al perfezionismo incoraggia anche la procrastinazione e aumenta l’insoddisfazione.

Il più desiderabile dei difetti

Una delle domande più frequenti nei colloqui di lavoro è «Qual è il tuo più grande difetto?» e la risposta di gran lunga più popolare è «Sono un/una perfezionista». Il cliché del perfezionismo mascherato da difetto nel corso dei colloqui è talmente diffuso che la maggior parte degli articoli che offrono consigli per affrontare il percorso di selezione sconsiglia questa risposta perché suona insincera, oltre a essere estremamente abusata. Questo perché molti dei candidati che si definiscono perfezionisti lo fanno solo per dare di sé un’immagine migliore, indipendentemente dalle proprie reali caratteristiche, nel tentativo di risultare più appetibili per il potenziale datore di lavoro. Per chi si stesse chiedendo perché essere un perfezionista dovrebbe essere un punto di forza, la risposta è che nella nostra società il perfezionismo assume spesso una connotazione positiva, in particolar modo in ambito lavorativo. Nell’immaginario comune, le persone perfezioniste sono estremamente disciplinate, dotate di costanza e impegno, che mirano sempre a ottenere il massimo in ciascun ambito della vita. Sul lavoro, il perfezionista è un instancabile stacanovista, pronto a sacrificare il proprio tempo per portare a termine ogni incarico in modo impeccabile, qualità che lo rendono il candidato ideale per qualsiasi posizione.

 

I perfezionisti lavorano meglio?

Almeno secondo l’opinione comune, chi tende al perfezionismo è più produttivo ed efficace sul lavoro, ma cosa dice la ricerca sull’effettivo rendimento dei perfezionisti? La Harvard Business Review ha pubblicato una meta-analisi di oltre 95 studi, condotti fra il 1980 e il 2018 su un totale di 25 mila individui, proprio per esaminare la relazione che intercorre fra perfezionismo e rendimento sul lavoro. L’analisi ha evidenziato che il perfezionismo è più spesso uno svantaggio che una marcia in più: se infatti i perfezionisti sono risultati più motivati e più disponibili a trattenersi oltre l’orario d’ufficio, il perfezionismo è stato anche associato a una più alta incidenza di sindrome da burnout, dipendenza da lavoro, stress, ansia e depressione. Un recente studio della American Psychological Association ha poi evidenziato che il perfezionismo alimenta la preoccupazione eccessiva di commettere errori, fa lievitare l’ansia di fronte a qualsiasi decisione e può far sviluppare un’irrazionale paura del fallimento. Neppure raggiungere i risultati sperati migliora la situazione: una volta sperimentato il successo, i perfezionisti tendono infatti a porsi obiettivi ancora più difficili da ottenere e a temere ancora di più i potenziali fallimenti.

 

Perfezionismo e procrastinazione

Oltre a innalzare i livelli di stress, la tendenza al perfezionismo porta anche ad adottare schemi mentali piuttosto rigidi, soprattutto per quanto riguarda la valutazione della qualità del lavoro. Questo si traduce frequentemente nell’impossibilità da parte del perfezionista di delegare, poiché è convinto che nessun altro sia in grado di attenersi ai suoi stessi standard. Inoltre le persone perfezioniste sono generalmente meno inclini al compromesso e alla conciliazione delle proprie opinioni con quelle altrui, il che rende molto difficile collaborare efficacemente e gestire le comunicazioni sul lavoro. In Quando perfetto non è abbastanza. Conseguenze negative del perfezionismo, Caterina Lombardo e Cristiano Violani sottolineano anche come il perfezionismo sia strettamente correlato con la procrastinazione. In primo luogo perché i perfezionisti tendono a rimuginare più a lungo sulle proprie decisioni, ma anche perché la fissazione dell’eccellenza a tutti i costi si accompagna a un’eccessiva paura di fallire: la pressione delle alte aspettative che i perfezionisti si auto-impongono li paralizza di fronte alla possibilità di commettere un errore. Chi tende al perfezionismo è infatti convinto che solo un risultato perfetto sia accettabile e pertanto finisce per non essere mai davvero soddisfatto del proprio lavoro. La frustrazione data dal non sentirsi all’altezza dei propri standard finisce così per trasformarsi in procrastinazione: piuttosto che raggiungere un risultato mediocre e doversi scontrare con il fallimento, per il perfezionista è preferibile abbandonare del tutto l’impresa.

 

Uscire dalla trappola

Secondo gli psicologi, il primo passo per liberarsi dall’ossessione del perfezionismo è acquisire consapevolezza circa l’irrazionalità di puntare sempre all’eccellenza a qualsiasi costo, magari grazie al confronto con amici e colleghi. Il confronto con gli altri può infatti aiutarci a rendere meno rigido il nostro approccio e incoraggiarci a porci obiettivi più realistici. È anche importante mettere in discussione l’abitudine a considerare i risultati ottenuti sul lavoro come un riflesso diretto del proprio valore personale e imparare a vedere gli errori non come fallimenti, ma come opportunità di apprendimento e crescita. A rendere difficile abbandonare l’idea che il perfezionismo sia una qualità da coltivare è anche la connotazione positiva a cui è associato: per non essere parte del problema, cerchiamo di evitare di incoraggiare gli altri al perfezionismo e di non celebrare la tendenza a non accontentarsi mai dei risultati ottenuti.

 

 

 

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Giulia Bertani

Giulia Bertani è Assistente Marketing presso Segretaria24.it. In questo blog si occupa di temi di interesse per liberi professionisti e imprenditori che desiderano migliorare la propria produttività e ampliare il proprio portfolio clienti.

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